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3 "Oltre il tempo - Iniziazione e i trentasei princìpi"

Aggiornamento: 5 gen




Questo è il terzo e ultimo articolo della serie dedicata al Tantrāloka di Abhinavagupta.

Nei primi due articoli abbiamo esplorato la visione della coscienza come realtà assoluta e il corpo come strumento sacro.

Oggi concludiamo il percorso con l'espansione suprema, il superamento del tempo e la struttura cosmica dei trentasei princìpi.


L'Espansione Suprema e il Superamento del Tempo


Abhinavagupta tocca ora uno dei momenti più alti: l'esperienza di vyāna, il soffio che si espande in tutte le direzioni, e il superamento del tempo lineare.


Vyāna: L'Espansione Totale del Soffio


Dopo aver parlato dei chakra e del risveglio della kuṇḍalinī, Abhinavagupta mostra ciò che accade quando la coscienza si libera completamente dai vincoli dei canali laterali (iḍā e piṅgalā), del linguaggio e della mente discorsiva.


In quello stato, il soffio divino (prāṇa) non è più oscillante tra dentro e fuori, ma si diffonde ovunque. Questo è vyāna, il soffio onnipervadente, simbolo di una coscienza che ha trasceso il dualismo.

Non c'è più un punto da cui parte e uno in cui arriva. Non c'è più uno "che respira" e un "oggetto" del respiro.

Il respiro è dappertutto.

La coscienza è dappertutto.

In questo stato la percezione non è più legata agli organi, ai sensi, alle parole.

La mente non elabora più, perché non c'è più nulla da separare o da ordinare.


Dissoluzione del Tempo e Ritorno alla Sorgente


Qui Abhinavagupta afferma con forza che la realtà ultima non è nel tempo.

Il tempo, per lui, è uno strumento della coscienza, non un padrone.

Nel riconoscimento supremo non c'è più né inizio né fine.

Non c'è passato da ricordare, né futuro da raggiungere.

Solo presenza piena.

Non vuota, ma colma di ogni cosa: ogni emozione, ogni ricordo, ogni forma trasfigurati nella libertà.

Questa è la realizzazione a cui conducono tutti i mezzi precedenti.

Non è uno "stato speciale", ma un modo di essere che può emergere qui, ora, quando crollano le finzioni dell'"io separato".


Divorare il Tempo


Nel Mālinīvijayatantra – uno dei testi fondamentali del Trika – si parla di una possibilità straordinaria: trascendere la dimensione ordinaria del tempo.

Il tempo, identificato con la molteplicità e con la sofferenza del ciclo del samsāra, può essere "divorato", cioè riassorbito nella coscienza originaria, non duale.

Questo divoramento può avvenire in esperienze intense come il piacere erotico, l'intossicazione di bevande o cibi, momenti in cui i sensi sono completamente saturi.

In quegli istanti le potenze divine – cioè le energie dei sensi – si risvegliano, ed è possibile dissolvere la separazione tra soggetto e oggetto, tra tempo e coscienza.

Il piacere non viene quindi demonizzato, ma visto come mezzo sacro, se consapevolmente attraversato e offerto alla coscienza.


Il Tempo nei Quattro Secondi del Respiro


Un'altra via, più sottile e costante, per divorare il tempo è la consapevolezza del respiro.

Secondo la tradizione, ogni atto respiratorio dura circa quattro secondi, e in un giorno si compiono 21.600 respiri (ghatikā).

Questa ciclicità riflette l'ordine cosmico. Ma in ogni respiro – dice Abhinavagupta – è contenuta la totalità del tempo.

Ogni inspirazione ed espirazione ripropone la scissione originaria tra l'"Io" e il "questo", e al tempo stesso offre la possibilità di ricomporla, ritornando all'unità. In questo modo il respiro diventa uno strumento di liberazione.


Il Tempo come Espressione della Coscienza


Nel Tantrāloka il tempo non è un'entità oggettiva, ma un movimento interiore della coscienza stessa. Non esiste un tempo esterno che scorra indipendentemente: noi stessi creiamo il tempo nel modo in cui percepiamo e pensiamo.

Per questo motivo si può entrare in stati dove un attimo si espande e diventa eterno, oppure un'intera vita si dissolve in un istante di consapevolezza.

Le "nascite e dissoluzioni", come afferma il testo, non sono eventi oggettivi, ma onde del movimento spontaneo della coscienza.


L'Iniziazione Tantrica


Entriamo ora nella sezione sull'iniziazione (dīkṣā), che nel Tantrāloka non è soltanto un rituale, ma un vero e proprio processo di purificazione e risveglio del discepolo.


Dīkṣā: L'Iniziazione come Combustione del Karma


Abhinavagupta riprende qui la nozione classica dell'iniziazione tantrica da una prospettiva profondamente trasformativa. Il suo scopo essenziale è eliminare o "bruciare" il karma accumulato dalle azioni passate.

Quelle azioni infatti generano conseguenze che si manifestano in questa o in future esistenze (karman → prārabdha-karma). L'iniziazione mira a interrompere questa catena, almeno per ciò che è ancora modificabile.


Ma attenzione: anche il liberato, lo jīvanmukta – colui che ha raggiunto la liberazione mentre è ancora in vita – non è esente dagli effetti di quel karma che già si sta manifestando. Ne è ancora "portatore" fino al momento della morte, quando potrà lasciarlo del tutto.


La Vera Iniziazione: Un Seme nel Cuore


Abhinavagupta descrive un'immagine poetica e potente: la vera dīkṣā non ha bisogno di cerimonie esteriori, né di offerte o rituali complessi.

È come un seme piantato nel cuore, da cui può germogliare un albero immenso.

La trasformazione interiore è ciò che conta. È l'intima comprensione, istantanea e profonda, della natura unitaria della realtà.

Il maestro, in questo caso, è colui che risveglia il discepolo alla sua stessa potenza interiore, più che colui che gli "conferisce" qualcosa dall'esterno.


I Corpi Futuri e i Sacramenti


Seguendo una visione profondamente simbolica e cosmologica, si dice che i corpi futuri del discepolo (i veicoli della sua realizzazione) nascono dal maestro grazie a specifici rituali: mantra, concezione, nascita, abilitazione, immersione e dissoluzione.

Sono "corpi" sottili, strumenti per esperienze mistiche e fruizioni spirituali (come visioni, beatitudini, poteri).


Tutto questo fa parte del "cammino delle forze" (śakti), una progressiva riorganizzazione interiore, fino alla dissoluzione completa del karma e alla realizzazione del Sé.


I Sei Cammini dell'Iniziazione


Abhinavagupta ci guida ora in un itinerario interiore, strutturato secondo sei cammini (mārga), ciascuno dei quali rappresenta un modo specifico per percorrere la via della realizzazione:


  1. Il cammino delle forze (śakti)

  2. Il cammino dei principi (tattva)

  3. Il cammino dei mondi (bhuvana)

  4. Il cammino dei fonemi (varna)

  5. Il cammino dei mantra

  6. Il cammino delle formule (pada)


Ciascun cammino è una mappa simbolica della realtà e della coscienza, che il discepolo percorre nel processo iniziatico.


Il Maestro e la Purificazione del Discepolo


Il ruolo del maestro è essenziale: egli purifica le inclinazioni mentali del discepolo, liberandolo progressivamente dalle impurezze che gli impediscono di accedere alla piena coscienza.

Questo processo può essere lungo o abbreviato, a seconda della predisposizione interiore del discepolo.

Nel caso ideale, il maestro sostituisce nel discepolo l'intera struttura mentale precedente con una nuova, pura, capace di sostenere l'esperienza dell'unità.


Il Cammino dei Fonemi e dei Mantra


Uno degli aspetti più profondi riguarda il linguaggio stesso. Le lettere dell'alfabeto sanscrito non sono viste come suoni neutri, ma come vibrazioni divine. Iniziaticamente, il discepolo ripercorre il "cammino dei fonemi" riconoscendo la potenza che vibra dentro ogni lettera, ogni sillaba, ogni parola sacra (mantra).

Attraverso questa via si ricostruisce l'intera architettura dell'universo interiore.

Il cammino delle formule (pada) invece è la via in cui tutto il linguaggio viene ricondotto a dieci parole essenziali, a dieci "formule chiave", che racchiudono il potere del cosmo.

Ogni cammino è una forma di rivelazione.

La purificazione di uno solo di questi porta, secondo il testo, anche alla purificazione degli altri cinque, perché sono interconnessi: vie diverse per accedere alla stessa pienezza della coscienza.


I Trentasei Princìpi

Discesa della Coscienza e Struttura dell'Essere


Nella cosmologia dello Śivaismo tantrico del Kashmir, l'intera realtà è strutturata in trentasei princìpi o livelli dell'essere (tattva), che vanno dal più sottile al più grossolano. Questi non sono semplici categorie metafisiche, ma gradi di manifestazione della coscienza, cioè della realtà divina che si "condensa" fino a diventare materia.

Abhinavagupta, seguendo la tradizione che parte da Somananda, propone una visione in cui l'Io supremo (Śiva) si manifesta progressivamente come molteplicità.

Questo avviene attraverso sei tappe fondamentali, chiamate cammini.

A un certo punto della discesa appare māyā, che non è semplice illusione, ma potenza di separazione e differenziazione. Māyā è ciò che comincia a velare la coscienza della sua stessa natura.


Le Cinque Corazze


Māyā dà origine a cinque "corazze" (kañcuka), cioè limitazioni:


Kala: limitazione della potenza d'azione


Vidya: limitazione della conoscenza


Rāga: desiderio, attaccamento alle cose particolari


Kāla: tempo, che frammenta l'eternità


Niyati: necessità, causalità


Queste corazze fanno sì che la coscienza si identifichi con un piccolo io separato e impotente.


Il Corpo come Mandala


Un aspetto fondamentale di questa visione è che il corpo umano stesso è una manifestazione di questi princìpi.

Nei riti tantrici, specialmente quelli influenzati dal buddhismo, i trentasei elementi del corpo vengono meditati, purificati e poi identificati con altrettante divinità. In questo modo il corpo non è un ostacolo, ma un mandala, un diagramma sacro vivente, dove la coscienza può riconoscere se stessa in ogni sua parte.

Il rituale tantrico include:


  • Iniziazioni di vari livelli (per novizi, per "figli spirituali", per maestri)

  • Visualizzazioni profonde, in cui il corpo viene trasformato in corpo di conoscenza

  • Sacrifici esteriori e interiori, che mirano a realizzare l'identità tra maestro, discepolo e Śiva stesso

  • Mandala tracciati o interiorizzati, che riflettono le strutture cosmiche nel corpo



L'Unità oltre la Molteplicità


L'idea che guida tutto è che, sebbene l'universo sembri molteplice, in ogni cosa c'è solo l'Uno che si riflette. Il cammino tantrico quindi non consiste nel fuggire dal mondo o nel rifiutare le emozioni, ma nell'attraversarle per ritrovare la coscienza originaria. Ogni esperienza, anche la più intensa o disturbante, può essere una soglia verso la liberazione, se vissuta consapevolmente.


Alle Soglie del Tantrāloka


Nella parte conclusiva dell'introduzione al Tantrāloka, il lettore viene accompagnato lungo un passaggio denso ma illuminante: quello che conduce dalla filosofia alla pratica, dal cosmo all'essere umano.

Qui Abhinavagupta – riprendendo e sviluppando la mappa dei trentasei princìpi (tattva) – mostra come l'intera realtà, dal più sottile al più denso, non sia altro che coscienza che si manifesta.

Questi princìpi, che vanno dalla pura luce divina (Śiva) fino alla materia più grossolana, sono il percorso discendente della coscienza che si addensa fino a diventare mondo, tempo, corpo.


Ma non sono solo categorie filosofiche: nel tantrismo kashmiro, il corpo umano stesso è uno specchio di questa struttura universale.

Ogni funzione, ogni elemento, ogni senso è collegato a un tattva, e attraverso pratiche rituali e interiori il corpo può essere trasfigurato in un corpo di conoscenza.

Si accenna così al potere dello yoga tantrico, che trasforma gli elementi materiali in canali di ascesa, e al ruolo del maestro, che nel rito dell'iniziazione trasferisce nel discepolo il proprio soffio vitale e la propria coscienza, fino a renderlo partecipe di una realtà unificata e non più separata.


Tra gli strumenti principali di questa trasformazione troviamo il maṇḍala, tracciato o visualizzato, che rappresenta il cosmo e la sua struttura.

Al centro di questo maṇḍala, il tridente simboleggia le tre potenze fondamentali della coscienza: volontà, conoscenza e azione.

Tutto è costruito per portare l'individuo verso l'esperienza viva della non dualità. La certezza ultima del sādhaka, del praticante tantrico, è che tutto ciò che esiste è coscienza, e che non vi è nulla, nemmeno il corpo, nemmeno il mondo, che sia estraneo al divino.


Con uno stile sobrio ma visionario, Abhinavagupta lascia intravedere la vetta di questa via: la libertà perfetta, che non è concetto ma esperienza, non è una fuga ma un abbraccio totale dell'esistenza nella sua molteplicità. "La cima del pensiero è lontana", scrive, "ma può essere raggiunta".


Conclusione


L'introduzione si chiude con parole forti, quasi poetiche, che invitano il lettore a smettere di cercare fuori e a rivolgersi dentro, dove brilla l'asilo divino della coscienza. È un richiamo profondo: non basta leggere o studiare, ma è necessario fare esperienza diretta, immergersi, sentire, vivere – affinché anche le parole diventino vive e si rivelino per ciò che sono: porte verso il reale.


Con questo articolo si conclude la serie introduttiva al Tantrāloka di Abhinavagupta. Il testo completo offre ancora innumerevoli profondità da esplorare, e questo viaggio è appena iniziato.

Il prossimo approfondimento sarà sui Chakra e Sulla meditazione come strumento di connessione con la coscienza

3 Gennaio 2026 Shinrei

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