1 Tantrāloka: la coscienza che si riconosce
- Elisabetta Eusebi
- 4 gen
- Tempo di lettura: 8 min
Aggiornamento: 5 gen

Quest'anno ho scelto di approfondire i temi della spiritualità entrando direttamente nello studio di testi antichi che risuonano con il mio essere.
Il primo di cui mi appresto a discutere con voi è il Tantrāloka,
La luce dei Tantra, opera di Abhinavagupta, originario del Kashmir e vissuto tra il X e l'XI secolo.
Ho frammentato questo lavoro in tre articoli, per dare avvio a un approccio che nasce dall'introduzione al testo curata da Raniero Gnoli.
Mi affascina osservare come i testi antichi siano ricchi di spunti che si sono protratti nel tempo fino a giungere a noi. Al di là delle religioni, ritengo che in questo testo venga stimolata la ricerca della divinità nell'essere umano, in quanto parte del tutto, e che le stesse scritture abbiano dato avvio a questa ricerca attraverso l'esperienza diretta dell'essere nella materia.
Il Tantra, in questo senso, è la disciplina del divino che si rende manifesto per illuminare la coscienza stessa.
Analizzeremo insieme questo testo, di cui mi trovo ancora all'inizio dello studio.
Ecco i tre articoli che troverete all'interno del sito.
ARTICOLO 1: "Tantrāloka - La coscienza che si riconosce"
ARTICOLO 2: "Il corpo come strumento sacro - Respiro, canali e Kuṇḍalinī"
ARTICOLO 3: "Oltre il tempo - Iniziazione e i trentasei princìpi"
Introduzione alla visione di Abhinavagupta
Il Tantrāloka è l'opera principale di Abhinavagupta, autore del X-XI secolo e figura centrale del non-dualismo del Kashmir. Si tratta di un'opera imponente, filosofica e rituale insieme, nella quale si compendia l'intero sapere esoterico della scuola Trika, con lo scopo dichiarato di guidare il praticante al riconoscimento della propria natura divina.
Trika significa letteralmente "il triplice" e indica una delle correnti fondamentali del tantrismo non duale del Kashmir. Non è una dottrina a tre parti nel senso scolastico, ma una chiave di lettura dell'esistenza: l'Uno che si manifesta come tre senza mai dividersi davvero.
Nel Trika la realtà è vista come coscienza unica che assume tre volti inseparabili: la coscienza assoluta, la sua energia creatrice e l'individuo che fa esperienza del mondo. Questi tre aspetti non sono gerarchici né separati; l'essere umano non è qualcosa di diverso o inferiore, ma la stessa coscienza che si riconosce progressivamente attraverso l'esperienza.
Questo significa che il mondo non è un'illusione da negare, il corpo non è un errore, le emozioni e i desideri non sono ostacoli spirituali. Al contrario, tutto ciò che viene vissuto è il luogo stesso della rivelazione. La liberazione, in questa visione, non consiste nel fuggire dalla realtà, ma nel riconoscere il divino mentre si vive pienamente.
Nel contesto del Tantrāloka, il Trika diventa una vera e propria mappa della coscienza: non spiega solo che cosa è la realtà, ma come essa si svela a se stessa. L'epifania, qui, non è un evento esterno, ma il momento in cui l'individuo riconosce di non essere mai stato separato dall'Uno.
La coscienza, nel Trika, non è un principio astratto, ma realtà viva, dinamica e assoluta. Il punto di partenza è che tutto ciò che esiste è coscienza.
Non vi è nulla al di fuori di essa.
Il mondo, il corpo, il linguaggio, la volontà, il dolore e il piacere sono manifestazioni della coscienza che, nel suo gioco divino, si differenzia pur restando libera e unitaria. Questa coscienza viene spesso indicata con il nome di Śiva, ma non si tratta del dio mitologico: Śiva è il nome della realtà suprema che è insieme soggetto, energia e consapevolezza.
La coscienza, secondo Abhinavagupta, è prakāśa, cioè luce, ma non una luce inerte. È una luce che si conosce, si riflette, si interroga. Per questo è anche vimarśa: capacità di auto-riconoscimento. Senza questa attività riflessiva, la coscienza resterebbe muta, immobile, incapace di darsi contenuto. Luce e pensiero non sono opposti, ma due aspetti dello stesso principio: l'uno statico, l'altro dinamico. La luce, in quanto tale, è coscienza che si esprime, e il pensiero è ciò che unifica le immagini che emergono da essa.
Una delle idee centrali presenti sin dall'introduzione al Tantrāloka è la teoria dell'abhāsa, cioè delle immagini.
Ogni cosa percepita, ogni oggetto o evento, è costituito da un insieme di immagini coscienti che la mente tiene unite per formare un'esperienza. Il mondo, dunque, non è oggettivo in sé, ma è una sintesi di immagini che la coscienza produce e organizza. Queste immagini non sono illusioni: sono vere in quanto espressioni della libertà della coscienza.
L'Io, nella prospettiva di Abhinavagupta, non è un oggetto tra gli altri. Non è nemmeno qualcosa che possa essere fissato in un pensiero. È la forza che unifica le immagini, il movimento interno che dà senso. L'Io è ciò che resta presente anche quando tutti i contenuti si dissolvono. È presenza, libertà, tensione, volontà. Si manifesta nel linguaggio, nel gesto, nell'intuizione. Non si può afferrare, ma si può riconoscere.
A differenza di altre scuole, il Trika non considera il mondo un'illusione. La molteplicità non è errore, ma espressione della libertà divina. La coscienza si manifesta nei molteplici livelli dell'esistenza, dal più sottile al più concreto, senza mai smettere di essere sé stessa. Anche ciò che comunemente viene chiamato māyā, non è negazione del reale: è una delle tante forme della śakti, la potenza che differenzia senza separare. Māyā vela la verità, ma lo fa per gioco, per danza, per possibilità di riconoscimento.
Secondo la dottrina espressa da Somananda, maestro del non-dualismo shivaita vissuto in Kashmir tra il IX e il X secolo e ripresa da Abhinavagupta, la volontà non nasce come decisione ragionata, ma emerge come primo moto della coscienza.
Si presenta inizialmente sotto forma di una vibrazione sottile, un'inclinazione quasi impercettibile che sorge nel cuore. Questo impulso può manifestarsi durante esperienze di forte intensità, come lo stupore, la paura o l'amore. Non si tratta ancora di un pensiero, né di un'emozione nel senso psicologico del termine, ma di una prima emergenza dell'energia cosciente, che comincia a differenziarsi pur restando unitaria. Abhinavagupta fa sua questa intuizione e la pone alla base del processo creativo attraverso cui la coscienza si manifesta come mondo.
Nel cuore di questa visione c'è il concetto di riconoscimento (pratyabhijñā): l'essere umano non deve costruire qualcosa, né negare nulla, ma semplicemente riconoscere che ciò che appare come altro da sé è, in realtà, la propria coscienza che si riflette nelle forme. La liberazione consiste in questo atto di ritorno consapevole a sé stessi, non nella fuga dal mondo, né nella negazione dell'esperienza.
Il Tantrāloka è un testo complesso, ma non chiuso.
Chiede tempo, attenzione, silenzio.
Non propone un sistema da credere, ma una via da esperire. L'interprete è invitato a immergersi in una visione in cui la vita intera, con i suoi limiti e le sue altezze, è l'espressione della coscienza che si manifesta per essere riconosciuta.
In questo riconoscimento non c'è nulla da respingere, nulla da cancellare. Tutto può essere incluso, trasfigurato, riassorbito nella luce che l'ha generato.
I Tre Mezzi di Realizzazione
Abhinavagupta, seguendo il Mālinīvijayatantra, distingue tre mezzi di realizzazione fondati rispettivamente su volontà, conoscenza e azione. Questa classificazione non rappresenta semplici tappe psicologiche o tecniche, ma autentici modi attraverso cui la realtà si manifesta, tre gradi diversi della coscienza stessa.
La prima categoria, la più elevata, comprende i "mezzi divini", fondati sulla volontà. Qui però il termine "volontà" non indica una mera decisione personale, bensì una forza profonda, una spinta interiore che orienta la coscienza verso la libertà. Questi mezzi appartengono a chi ha oltrepassato il pensiero discorsivo, a chi non si identifica più con "io" e "mio". Per costoro, linguaggio e pensiero cessano di essere strumenti per costruire un io separato e divengono espressione diretta dell'unità.
Le cinquanta lettere dell'alfabeto sanscrito, che normalmente compongono parole e quindi pensieri ordinari, sono in realtà potenze divine. Quando vengono "restituite al loro stato originario", si trasformano in pensieri divini, cogitazioni divine.
Vāk: I Tre Stadi della Parola
Abhinavagupta riprende dalla tradizione tantrica la concezione della parola (vāk) come articolazione della coscienza stessa, suddividendola in tre livelli o "voci":
Vaikharī – La Voce CorporeaÈ la parola articolata fisicamente, quella che pronunciamo con la voce. Legata alla realtà oggettiva, appare come "fuori" da noi, separata dal soggetto parlante. Rappresenta la voce più esteriore, corrispondente alla forma più grossolana della coscienza.
Madhyamā – La Voce MezzanaÈ la parola pensata, il linguaggio interiore con cui ragioniamo dentro di noi. Qui la parola non è ancora suono, ma immagine mentale. Costituisce l'interfaccia tra pensiero e coscienza, già molto più sottile della precedente.
Paśyantī – La Voce VeggenteQuesto è il livello più profondo e potente. La parola qui rimane non differenziata, vibrazione originaria e indivisa che emerge dalla volontà e coincide con la visione interiore, con la potenza generativa stessa della coscienza. È il primo moto della volontà, anteriore a pensiero e forma.
Viene poi citata una quarta voce, la Parā Vāk (Voce Suprema), che in realtà non costituisce un ulteriore stadio, ma rappresenta l'essenza stessa che attraversa e sostiene tutte le altre. È la libertà della coscienza in quanto tale.
Tutte queste voci rappresentano diversi modi in cui la realtà si manifesta, corrispondendo anche a diverse forme di esperienza spirituale. Quando siamo nella voce corporea, abitiamo il mondo dell'oggettività. Quando tocchiamo la voce veggente, raggiungiamo la soglia del sacro. E quando ci apriamo alla voce suprema, tocchiamo la pura coscienza, la libertà.
Le Tre Modalità della Realtà
Questa triade rappresenta i modi attraverso cui la realtà si manifesta a partire dalla coscienza assoluta. Non sono "luoghi", ma livelli di vibrazione o gradi di manifestazione della śakti, l'energia della coscienza.
Para – Il SupremoÈ il livello non differenziato. Qui non esiste alcuna separazione tra soggetto e oggetto, tra pensiero e realtà. Tutto è unità pura, indistinta, dove la coscienza non si è ancora mossa verso l'alterità. È lo stato della voce suprema (parā vāk). Abhinavagupta lo definisce anche "il cuore", non come organo ma come centro ontologico: il luogo in cui tutto sorge e si riassorbe.
Parāparā – Il MistoÈ il confine, la soglia tra unità e molteplicità. Non è ancora mondo, ma già non è più assoluta unità. Qui appare la possibilità della dualità, pur restando ancora ancorati alla coscienza. È la zona dove la coscienza inizia a vibrare verso la forma, senza essere ancora pienamente separata da sé stessa.
Aparā – L'InferioreÈ il livello della molteplicità manifesta. Qui la coscienza si è del tutto differenziata: esistono soggetti, oggetti, pensieri, linguaggio articolato, corpo, mondo. È dove siamo ordinariamente identificati. Tuttavia, anche questo livello non è illusione: rappresenta una forma della libertà della coscienza, se riconosciuto come tale.
Mātṛsadbhāva: La Potenza che Attraversa Tutto
Al centro di queste tre modalità esiste una potenza sottile e suprema che Abhinavagupta chiama Mātṛsadbhāva, letteralmente "l'essere della Madre" o "la realtà della fonte generante". Non è una "quarta cosa", ma ciò che attraversa e contiene i tre livelli. È l'atto stesso con cui la coscienza si manifesta come esperienza, linguaggio, mondo.
Questa potenza è non-oggettivabile: non la si può afferrare con il pensiero. Si può solo risuonare con essa, tornare a riconoscerla. Ed è questo il cuore dell'esperienza tantrica: non negare il mondo, ma attraversarlo fino a sentire il potere che lo sostiene.
Ma anche quando tutto appare frammentato, la coscienza è presente. E questo legame tra tutti i livelli si chiama Mātṛsadbhāva: la potenza originaria, la madre, da cui tutto sorge e a cui tutto può tornare.
I Tre Livelli nell'Esperienza Quotidiana
Abhinavagupta non lega questi tre livelli a fasi della vita biologica, ma a modi della coscienza sempre presenti, anche ora. Non sono tappe cronologiche, ma stati d'essere.
Para – Unità (non differenziato)Lo viviamo in attimi di silenzio profondo, quando non c'è distinzione tra "me" e il resto; in momenti di stupore puro, dove la mente si ferma e resta solo presenza; nei sonni profondi senza sogni (secondo la tradizione yogica); e soprattutto in ogni istante, come sfondo silenzioso, anche quando non ne siamo consapevoli. È sempre presente, ma lo dimentichiamo. Il Tantra serve a riconnetterci a questo stato.
Parāparā – Soglia (né uno né molteplice)Questo livello intermedio lo attraversiamo in stati di intensa presenza emotiva, come prima di piangere o prima di amare; nei sogni lucidi, o tra veglia e sonno; nei momenti di intuizione, quando non abbiamo ancora pensato ma sentiamo già qualcosa emergere. È una zona di passaggio tra unità e forma, tra silenzio e parola.
Aparā – Molteplicità (differenziato)È la coscienza quotidiana: il corpo, le emozioni, i pensieri, il tempo, il linguaggio articolato. È lo stato della coscienza ordinaria, dove ci sentiamo separati dagli altri, dove diciamo "io" e "tu". È lo stato più manifesto, ma anche il più identificato, quello in cui ci perdiamo più facilmente.
La pratica tantrica serve proprio a riconoscere che questi tre stati non sono separati, ma aspetti diversi della stessa coscienza. E che anche nel mezzo del caos, c'è un punto fermo: la madre originaria, Mātṛsadbhāva.
Nel prossimo articolo: esploreremo come il corpo diventa strumento sacro attraverso il respiro, i canali energetici e il risveglio della kuṇḍalinī.
03 GENN 2026 SHINREI








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